Se sei arrivato fin qui, probabilmente stai da una di due parti.
Non credi, e ti sembra la posizione più onesta.
Oppure credi, magari vai anche a messa, ma sotto sotto non tutto ti convince.
Le conosco bene tutte e due, perché le ho abitate entrambe. E ti dico come la penso: non basta. Né l’una né l’altra.
Non credere ti risparmia una domanda. Credere come crediamo quasi tutti, tiepidi, per abitudine, per educazione, per non pensarci, te la risparmia uguale, solo con le risposte già pronte. In tutti e due i casi la domanda si chiude. E la sete, se sei onesto, resta e ogni tanto fa cucù.
Per anni ho pensato che la questione fosse: Dio esiste oppure no? Oggi mi sembra quasi irrilevante. Non perché la risposta non conti, ma perché discutendo non la trovi. La trovi camminando. Chi si perde nel deserto non aspetta la dimostrazione scientifica che l’acqua esista prima di mettersi in cammino. Si muove perché ha sete.
E la sete ce l’abbiamo tutti. È quel “va tutto bene, ma manca qualcosa” che arriva la domenica sera, o dopo un traguardo raggiunto, oppure nel silenzio prima di addormentarsi. Talvolta proviamo a spegnerla con il lavoro, gli affetti, i successi, l’ennesima serie. Funziona per un po’. Poi torna. È come bere whisky quando hai sete.
Io, invece, parto da qui: se esiste la sete, esiste l’acqua.
Quell’acqua non sta fuori, nelle cose che inseguiamo. E non sta nemmeno nei pensieri che ci giriamo in testa. Sta più giù, in quel punto di te che non ha nome, né ruolo, né storia, né codice fiscale. Io lo chiamo Punto Zero. Bisogna scendere fin lì. Lì sotto la domanda su Dio smette di essere teoria e comincia a riguardarti.
Il mondo ci ha insegnato a vedere per credere. Qui si prova il contrario: credere per vedere. Non come dogma, come scommessa. Con il diritto di tornare indietro.
Te lo dico subito, perché non mi piacciono le porte che si aprono su un’altra stanza: la mia strada è cristiana. Cattolica.
Se stai ancora leggendo, non ti sei fermato all’etichetta. Bene. Insieme toglieremo la polvere da una tradizione che è tutto, tranne che banale, scontata o già sentita. È fuoco.
Ci sono arrivato dal giro largo. Qualche anno dopo la cresima me ne sono andato, come tanti. Ho meditato per trent’anni, ho studiato il buddhismo tibetano e lo zen, ho girovagato tra new age ed esoterismo. Tre o quattro volte, in tutta la vita, mi è capitato di sentirmi a casa, senza più domande. Sono bastate per mettermi in cammino. Poi sono tornato in chiesa. Non per nostalgia: perché lì ho trovato la mappa di un posto che avevo già intravisto.
Per me la spiritualità è mistica o non è. Esperienza diretta, non regolamento.
Se vai a messa e ti senti tiepido, non sei il solo. Ma è come andare a un concerto dei Pink Floyd con le AirPods a cancellazione di rumore. Parlo del credente medio con cognizione di causa: io sono stato uno di loro, e ne sono uscito a fatica.
Se non credi, non ti chiedo di cambiare idea. Ti chiedo una cosa più scomoda: prendere sul serio la tua sete. Su un punto gli atei hanno ragione: se apri la porta senza crederci, dall’altra parte non trovi nessuno. Ti propongo di provare ad aprirla in un altro modo.
Qui trovi quello che ho visto scendendo. Storie, domande, qualche pratica da provare stasera stessa. Niente teologia per addetti ai lavori, niente risposte preconfezionate, niente marketing spirituale. Un pezzo nuovo ogni settimana.
Non ti prometto la pace. Ti avverto di un rischio: scoprire che la domanda era più seria di quanto pensavi.
C’è vita dopo la morte? Forse. A me interessa di più un’altra domanda: c’è vita sensata prima della morte?
Evagrio Fünklein