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Il Punto Zero4 minuti di lettura

L'umiltà è una figata

C’è qualcosa di più cattolico dell’elogio dell’umiltà?

Ce l’hanno insegnata da piccoli, e quasi sempre male. In due modi.

Il primo è la falsa modestia. “Ma figurati, non ho fatto niente”, detto in modo che tutti capiscano quanto hai fatto. Mettersi in mostra mentre si finge di farsi da parte. La conosciamo bene, e la pratichiamo più di quanto ci piaccia ammettere.

Il secondo è il dovere: bisogna essere umili perché così ha fatto Lui. Va già meglio. Ma detta così l’umiltà diventa una tassa. Una virtù faticosa da bravi cittadini, che si paga a denti stretti per stare dalla parte giusta.

In tutti e due i casi, mi sembra, ci sfugge dove l’umiltà vuole portarci. Non è un prezzo da pagare. È un peso che ti togli di dosso.

Guarda come ha vissuto Gesù. Sapeva chi era e non l’ha mai nascosto. Ma nei modi è stato mite sempre, con una sola eccezione famosa: i mercanti cacciati dal tempio. Così umile che, vista dal mondo, la sua storia sembra una sconfitta. Un uomo che finisce in croce. E anche dopo, quando risorge, nessuna rivincita. Nessuna scena da film in cui torna a regolare i conti con chi l’ha tradito o condannato. Continua a essere mite. Il Figlio di Dio si è fatto piccolo, e non ha più smesso.

Quando parla del proprio cuore, dice proprio questo: “imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita” (Mt 11,29). Ristoro. Non sacrificio, non merito: ristoro. E subito dopo: “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,30).

Leggero. Pensa a quanta fatica fai, ogni giorno, per essere qualcuno. Avere ragione. Fare bella figura. Difendere il ruolo, la reputazione, l’idea che gli altri hanno di te, e quella che hai tu. Spiegare, giustificarti, aggiustare l’immagine. È un lavoro a tempo pieno, e nessuno ti paga. L’umiltà è licenziarsi da quel lavoro.

Ho scritto del Punto Zero: il punto di te che si accorge di tutto e non ha nome, né ruolo, né storia. Se fai davvero quel passo indietro, succede una cosa curiosa. Non sai più dire con certezza chi sei. Ogni idea su di te diventa una cosa che guardi, non una cosa che sei. E se non fossi nessuna delle cose che guardi?

Lì l’umiltà smette di essere uno sforzo. Non devi abbassarti: scopri che il piedistallo non c’era.

Per questo credo che l’umiltà sia il metro più onesto del cammino. Vuoi sapere quanto sei vicino al Punto Zero? Non contare quanto mediti, quanti libri hai letto, quante messe hai alle spalle. Chiediti quanto sei capace di essere umile.

Gesù ripete che il Regno dei cieli è vicino. Non in un altro tempo o in un altro posto: qui. Per entrarci, però, chiede un distacco. Dal mondo di fuori, fatto di successo, potere, approvazione. E da quello di dentro, fatto dell’io e delle sue pretese. Rinnegare se stessi non vuol dire annullarsi. Vuol dire liberarsi di quello che non siamo.

La prima delle beatitudini lo dice così: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Povero in spirito non è chi si butta giù. È chi smette di fingere di bastare a se stesso. Chi ammette che gli manca qualcosa, e non fa finta di niente.

Se ti chiedi da dove cominciare, comincia dalla sete. Non basta sapere di averla: bisogna riconoscersi assetati. Assetati e basta, senza niente da offrire in cambio. Niente meriti, niente curriculum spirituale, niente “però io a messa ci vado”. È lì che uno si volta davvero verso Dio.

E quando ci arrivi, spoglio di pretese, è come avvicinare il viso alla sua veste. Come se la tua guancia sfiorasse il tessuto della sua tonaca. Non serve altro.

Una prova, per domani: non difenderti. Se qualcuno ti corregge e ha ragione, non spiegare perché avevi fatto così. Di’ “hai ragione” e basta. Poi guarda che cosa si agita dentro. Quello è il lavoro da cui ti stai licenziando.

Comincia tutto così. Non con un grande gesto: con un piccolo cedimento, una resa in silenzio. E la cosa strana è che non ti senti sconfitto. Ti senti leggero.

Allora sì, l’umiltà è una figata. Non perché ti rende più buono. Perché ti toglie di dosso un lavoro che nessuno ti aveva chiesto.

E tu? Quanto ti costa, ogni giorno, essere qualcuno?

Evagrio Fünklein