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Le tre fedi
Per tanti di noi la fede è un impegno. La messa da non saltare, le preghiere da dire, qualcosa che ti porti dietro come un peso. Se per te è così, non ti dico che sbagli. Ti dico che forse ti sei fermato a metà strada. Una fede che pesa e basta è una fede che non ha finito di crescere.
Perché le fedi, secondo me, sono tre. Io le ho attraversate tutte, e non sempre in ordine.
La prima è quella del catechismo. Storie, canti, gesti imparati guardando i grandi: le mani giunte, il segno della croce. Era una fede piena di racconti, e custodiva un tesoro che poi si perde: la fiducia. Un bambino si apre a Dio senza filtri, come si apre a sua madre. Non per niente il Vangelo insiste che bisogna tornare come bambini.
Il guaio è che i bambini crescono. Il Mar Rosso che si apre, Adamo, Eva e il frutto proibito: a un certo punto, accanto alle prime delusioni vere, quelle storie cominciano a sembrare favole. E se nessuno ti aiuta a farla crescere con te, la fede del catechismo ti sta stretta come un vestito di quando eri piccolo.
A me è successo dopo la cresima. Qualche amico aveva smesso di andare a messa e non gli era successo niente. I miei avevano smesso di insistere con le preghiere. Ho preso la strada più comoda. Mi viene in mente il figlio della parabola, quello che si fa dare la sua parte di eredità e se ne va a sperperarla. Io ho sperperato quella dell’infanzia: anni di pane e religione, spesi senza nemmeno accorgermene.
La seconda fede è quella adulta. È la più diffusa tra chi in chiesa ci va ancora. È la fede di chi conosce le risposte: chi è Dio, la storia di Cristo, in che tempo dell’anno liturgico siamo. Se lo intervisti, risponde bene. Ma tra la messa e il resto della settimana c’è un muro. Le preghiere si recitano, i gesti si fanno, e la vita va avanti per conto suo. Tiepida, mi vien da dire.
Non la disprezzo. La conosco troppo bene. Ma è a metà.
È stato proprio vedendo questa fede intorno a me che sono andato a cercare altrove. Pensavo che altre tradizioni avessero quello che qui non vedevo germogliare. Mi è costato un giro lunghissimo fuori dalla Chiesa. Non cercavo un racconto più bello. Cercavo un racconto che cambiasse davvero la vita di chi ci crede. Che pesasse. Che contasse.
La terza fede comincia quando quello in cui credi diventa vero.
Non parlo di verità storica. Lo so che la Bibbia non è un verbale dei carabinieri. Parlo di un’altra cosa: lasciare che quello in cui credi diventi una possibilità concreta per la tua vita.
Credere che la vita continui dopo la morte è una questione di fede. Ma se ci credi davvero, ti cambia la vita prima della morte. Non nei dettagli: nel modo di stare al mondo.
L’esempio più chiaro, per me, è la comunione. Puoi andare a prenderla pensando che l’ostia sia un simbolo. Oppure pensando che sia il corpo di Cristo, dato per te. La fila è la stessa, il gesto è lo stesso. Ma ingoiare un simbolo è un’altra cosa.
Io alla comunione ho dovuto lottare per tornarci, dopo che sulla carta ne avevo perso il diritto. E mi è capitato di avvicinarmi all’altare sentendo gratitudine. Non il solito gesto, sacro per abitudine, che funziona da solo perché è stato fatto. Gratitudine.
Prima di ricevere l’ostia, a messa, diciamo tutti insieme: “O Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato.” Di solito lo diciamo pensando ad altro. Sono le parole di un centurione, appena adattate. Lui le ha dette sul serio, e Gesù ne è rimasto stupito.
Non siamo degni, infatti. Nessuno lo è. Eppure succede, una domenica dopo l’altra: la mia natura imperfetta e la sua, perfetta, che provano a stare insieme nello stesso corpo. Altro che simbolo.
Come ci si arriva? Non per decreto. Non puoi svegliarti una mattina e dire: da oggi credo. La fede non si impone, nemmeno a se stessi. Si mette alla prova. Prendi quello che la tradizione ti ha consegnato e lo confronti con quello che ti succede. Dove le due cose combaciano, lì nasce la fede. Un pezzetto alla volta.
E non è una scala che si sale una volta sola. Si torna bambini, ci si allontana di nuovo, si ricomincia a cercare. Ogni volta si ripassa da tutte e tre: la fiducia senza filtri del bambino, il distacco critico dell’adulto, che è sano, e la fatica di trovare qualcosa che abbia senso davvero.
Agostino, e dopo di lui Tommaso d’Aquino, distinguevano tre modi di dire “credo”. Credere che Dio esista. Credere a Dio, cioè fidarsi della sua parola. Credere in Dio, cioè andargli incontro. Per Tommaso non sono tappe: sono tre facce dello stesso atto. Ma nella mia vita si sono presentate così: il bambino si fida, l’adulto sa che Dio esiste, chi ci mette la vita gli va incontro.
Credere che Dio esista non basta. San Giacomo lo dice in un modo che ogni volta mi fa sorridere, e un po’ tremare: “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!”
A niente serve una fede, qualunque sia, se non ti cambia la vita. Se non ti fa cominciare a camminare, anche solo di un passo, nel regno dei cieli. O almeno a sentirne l’odore.
Evagrio Fünklein