Il Punto Zero
Chi sei?
Prova a rispondere sul serio, prima di andare avanti. Ti viene in mente un nome, un cognome, un lavoro. Figlio di, moglie di, padre di. Una persona: un corpo, e dentro una testa che comanda. È la risposta che daremmo quasi tutti. E non regge.
Stanotte dormirai. Per qualche ora quella testa che comanda si spegne, eppure nessuno pensa di smettere di esistere quando chiude gli occhi. Quindi sei qualcosa di più di quello che si accende al mattino e si spegne la sera.
E anche da sveglio comandi molto meno di quanto credi. Un cane ti corre incontro: ti fa paura, oppure ti viene voglia di accarezzarlo. Non lo decidi lì per lì. L’hanno già deciso tutti i cani che hai incontrato prima. Ci raccontiamo di stare al timone. Quasi sempre siamo trascinati.
In sogno è ancora più chiaro. Sogno di essere un cavallo: sono un cavallo. Nessuna parte di me alza la mano per dire che c’è un errore. Succede anche da svegli, davanti a un film che ci prende: per due ore siamo un altro, e ci sta bene così.
Allora che cosa resta, se togli il nome, il ruolo, la storia?
Resta una cosa sola, e la conosci benissimo, anche se forse non ci hai mai fatto caso. Arriva un rumore dalla strada, e se ne va. Arriva un pensiero sul lavoro di domani, e se ne va. Arriva un’emozione, e passa. Uno viene da fuori, l’altro da dentro, ma te ne accorgi nello stesso posto. In te c’è qualcosa che si accorge di tutto, e non è nessuna delle cose di cui si accorge. Tu non sei il sentito. Sei il sentire.
Quel punto io lo chiamo Punto Zero. Non ha nome, né età, né sesso, né storia, né codice fiscale. Non è credente e non è ateo. C’era prima che tu imparassi a parlare.
Me lo immagino come una mezzaluna di luce, come la mezzaluna fertile: una terra tra due fiumi. Da una parte scorre il mondo di fuori, dall’altra quello di dentro. Tutto quello che vivi passa di lì. Quello che non passa di lì, per te non è mai successo.
E non devi andarci: ci sei già. Prendi un aereo da Parigi a New York e il mondo cambia, ma nel punto da cui lo guardi non ti sei spostato di un centimetro. Come da bambini in macchina, quando sembrava che fosse la strada a scorrerti sotto. Per arrivare al Punto Zero non devi partire. Devi smettere di andartene.
L’idea l’ho incontrata nel buddhismo: l’assenza del sé. Una delle più belle, e delle più dure da digerire. Nel cattolicesimo di tutti i giorni, su questo punto, ho sempre trovato una certa vaghezza. Eppure c’è, ed è detta senza anestesia: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso” (Lc 9,23). I mistici lo sanno da secoli. Meister Eckhart parlava di una scintilla nell’anima: in tedesco, Fünklein. È la parola che ho messo nel mio nome.
Fa paura, lo so. Se lì non c’è il mio nome, la mia storia, il mio lavoro, la mia famiglia, che cosa resta di me? Sembra di sparire. Invece torni a casa. Il lavoro, gli affetti, le gioie e i dolori restano importanti. Smettono solo di essere tutto. Li guardi da un altro posto, e prendono un’altra luce.
È da qui che sono partito. Perché, fermo nel Punto Zero, a un certo punto ti accorgi che tra le cose che arrivano ce n’è una strana. Non viene da fuori, e non è un pensiero come gli altri. È la sete: di pace, di senso, di qualcosa che duri. Nessun oggetto la spegne, nessun ragionamento la chiude. Viene da un terzo posto, che non è né fuori né dentro. Per me è l’impronta che Dio ha lasciato in noi. Tu chiamala come vuoi, ma non fingere di non sentirla.
Il Catechismo, quando parla della preghiera, dice che il cuore è “la dimora dove sto, dove abito”, e che nel linguaggio della Bibbia è il luogo dove “discendo”. Lo chiama “il nostro centro nascosto” (CCC 2563). Io credo che quel cuore sia il Punto Zero. Per questo dico che bisogna scendere.
Arrivato lì, puoi starci in due modi. Puoi viverlo come un silenzio, un vuoto che fa bene ai nervi: c’è chi si ferma lì, e non è poco. Oppure come una stanza in cui qualcuno ti aspetta. Sono due movimenti. Il primo è togliere, finché resta solo quello che sei davvero, e lo può fare chiunque, anche chi non crede. Il secondo è fidarsi che dall’altra parte ci sia qualcuno. Quello è una scommessa.
Ti faccio una proposta indecente: prova a trattare il tuo Punto Zero come la tua Cappella Sistina. Non un vuoto da riempire di immagini e di frasi fatte: il posto più sacro che hai. Che cosa hai da perdere?
Comincia stasera. Le istruzioni ci sono già, nel Vangelo: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto” (Mt 6,6). A letto, a luce spenta, non fare niente. Lascia arrivare quello che arriva: un rumore, un pensiero, la stanchezza della giornata. Guarda dove arriva. Chiediti chi se ne accorge, e non rispondere con le parole. Domattina rifallo, appena sveglio, prima di prendere in mano il telefono. La sera prima di dormire e la mattina appena svegli sono i momenti in cui il Punto Zero è più scoperto.
Non è una tecnica: è ricordarti dove abiti. E non si fa una volta per tutte. Il mondo di fuori e quello di dentro ti tireranno via di continuo, e di continuo tornerai. Va bene così. Si torna.
E tu? Sei ancora una persona?
Evagrio Fünklein