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Il Punto Zero3 minuti di lettura

Cercatori e trovatori

Mi ricordo un racconto.

C’era un uomo che per tutta la vita aveva cercato Dio. Apriva ogni porta, entrava in ogni casa. Un giorno, ormai vecchio, apre una porta e dentro c’è qualcuno che gli dice: “Mi hai cercato per tutta la vita. Mi hai trovato.”

Il vecchio resta lì, sbigottito. Poi richiude la porta e va ad aprire la prossima.

Quell’uomo lo conosco bene. Sono stato io, per anni.

Tanti di quelli che si dicono ricercatori spirituali sono così. Si comincia con un’intenzione sana: cercare Dio, cercare la verità. Poi la ricerca si avvita su se stessa. Un corso, poi un altro. Una pratica, poi un’altra. I cristalli, il bagno di gong, l’ultima variante di meditazione, l’intruglio da bere, il metodo di preghiera di monaci lontanissimi, il libro nuovo. Si diventa turisti dello spirito. Consumatori, come al supermercato.

Me ne sono accorto da insegnante, prima che da allievo.

Per un periodo ho tenuto dei corsi di meditazione. Cercavo di mostrare alle persone, nel modo più semplice che conoscevo, quello che chiamo Punto Zero: il punto di te che si accorge di tutto il resto, e che non ha nome, né storia, né ruolo. Per me è il traguardo più alto. Con la coscienza sveglia, più in là non si va.

Il corso è andato abbastanza bene, e l’anno dopo mi hanno richiamato. Le persone erano più o meno le stesse, così ho provato ad arrivarci da un’altra strada. Alla fine un paio di loro mi hanno detto che il Punto Zero lo conoscevano già. Si aspettavano qualcosa di nuovo.

Sul momento mi sono scandalizzato. Qualcosa di nuovo? Oltre la cosa più fondamentale che c’è?

Poi ho capito. Sapere che una cosa esiste e conoscerne il valore sono due esperienze diverse. Loro sapevano. Non si erano ancora fermati.

Molti di noi cercano il brivido dell’esplorazione, non la scoperta. Siamo cercatori, non trovatori.

È anche per questo che tanti lasciano la Chiesa: so cos’è il cristianesimo, adesso cerco altro. Lo capisco, me ne sono andato anch’io. Ma vale la pena chiedersi se quell’incontro l’abbiamo davvero lasciato accadere, prima di archiviarlo.

Prova a immaginarla così. Ti dicono che dall’altra parte del telefono c’è il Creatore in persona. E tu metti giù. Magari non ci hai creduto, ed è comprensibile. Ma che cosa speri di trovare dietro la prossima porta, che non ci fosse dietro questa?

Il vecchio del racconto era diventato bravissimo ad aprire porte. Non si era mai preparato al giorno in cui, dietro una porta, Dio ci fosse davvero.

Il cristianesimo, qui, dice una cosa che lo rende diverso: non sei solo tu a cercare. È Dio che cerca te. Vuole un rapporto con te, come un padre con suo figlio.

E la porta, a dire il vero, l’hai già trovata. È quel Punto Zero da cui guardi tutto il resto. La ricerca vera non è trovare un’altra porta. È imparare a credere che dall’altra parte ci sia qualcuno.

In questo gli atei hanno ragione. Aprono quella porta, non vedono nessuno, e lo dicono. Il cristiano dovrebbe essere diverso. Non perché veda di più, ma perché ha scelto di credere prima di vedere.

Quando ci si apre a questa possibilità, a volte arriva un regalo. Mi è successo poche volte di fare quella che chiamo una capatina in paradiso. Mai mentre ero concentrato sul lavoro o litigavo nel traffico. Sempre quando mi sono lasciato sopraffare dalla bellezza di quello che c’era. Non si diventa cristiani per collezionare esperienze mistiche, sia chiaro. Ma quei regali non arrivano per caso, mentre sei occupato a fare altro.

È lì che da cercatore diventi trovatore. E il viaggio, quello vero, comincia.

E tu? Stai ancora cercando la prossima porta da aprire? O sei disposto a fermarti davanti a quella che hai già trovato, e a metterci del tuo?

Evagrio Fünklein