La fede3 minuti di lettura
La Chiesa sta morendo?
In teoria no. Gesù su questo è stato chiaro: “le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16,18).
In pratica, non se la passa bene.
Dalle mie parti le chiese la domenica sono sempre più vuote. I preti sono sempre meno, sempre più anziani, e corrono da una parrocchia all’altra come medici di guardia. Qualche chiesa si vende, non per bisogno di soldi ma perché non ci entra più nessuno.
Nel 1969 un professore di teologia tedesco, Joseph Ratzinger, lo disse alla radio senza giri di parole: “Dalla crisi odierna emergerà una chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi.” Allora sembrava pessimismo. Oggi sembra cronaca.
Le cause? Gli scandali, i cambiamenti sociali ed economici, la secolarizzazione. Un po’ di tutto, probabilmente. Ma a me interessa un’altra cosa.
Mio padre era del 1924. La sua fede era più semplice della mia: più istintiva, meno ragionata. E molto più solida. Veniva da un mondo in cui si credeva anche perché credevano tutti. Un conformismo, se vuoi. Ma teneva.
Dagli anni Settanta in poi tutto ha accelerato. Le credenze si smontano più in fretta di quanto si riescano a ricostruire. E il risultato, almeno per come lo vedo io, è che chi in chiesa ci va ancora ha spesso una fede più critica, più informata, meno spaventata dal peccato. E molto più fragile.
C’è chi dice che è normale: la fede di una volta si reggeva sull’ignoranza, cresce la conoscenza e la fede si sgretola. Secondo me è un ragionamento sbagliato. La fede non nasce da quello che sappiamo. Opporre scienza e fede è un vecchio errore. Che il mondo non sia stato fatto in sei giorni lo sappiamo da un pezzo, e il Vangelo non ne esce scalfito. A me non interessa se Cristo sia nato davvero il 25 dicembre, né se quell’anno fosse proprio l’anno zero.
La trappola è un’altra, ed è più sottile. Leggiamo che il Levitico proibisce i tatuaggi, ci viene da ridere, e senza accorgercene mettiamo il Vangelo nello stesso cassetto. Ridiamo alle battute dei comici su Gesù perché, sotto sotto, pensiamo che la sua sia una bella storia simbolica. Un mito morale. Non qualcosa che è successo.
Per me la fede è un’altra cosa. È l’intensità con cui ritieni possibile, probabile, vero, che Lui sia davvero lì. Proteso verso di te, come il Dio della Cappella Sistina, in attesa che anche tu allunghi un dito.
E allora la domanda vera non è se la Chiesa stia morendo. È un’altra: hai mai aperto davvero quella porta? Quanto sei disposto a scommettere?
Il credente medio, mi pare, scommette pochissimo. Vive la storia di Cristo come una serie di gesti: utili, educativi, rassicuranti. Un’abitudine di famiglia. Chi di noi, oggi, sarebbe disposto a morire gridando “Cristo vive”? Temo pochi. Eppure quella era la fede dei primi cristiani.
Parlo del credente medio con cognizione di causa: sono stato uno di loro. Ho passato anni dentro un’inerzia cristiana che mi ha appesantito e, a tratti, soffocato. Ne sono uscito a fatica, e non del tutto per merito mio.
Su questo il messaggio di Gesù è chiarissimo. Non è la sua grandezza, che nessuno mette in dubbio, a spostare le montagne. È la nostra fede.
Forse la Chiesa non sta morendo. Sta morendo un modo di crederci: quello che non costa niente. Non lo rimpiango. E se a te è rimasto solo quello, sappi che sotto c’è molto di più. Bisogna scendere.
Evagrio Fünklein