La sete4 minuti di lettura
Il carcerato
Ognuno di noi, che lo ammetta o no, lotta. Fuori o dentro, ma lotta. Per dimostrare qualcosa, per essere qualcuno, per appartenere, per essere amato. Niente, però, che dia un senso che duri. Arriva, consola, se ne va.
Ci svegliamo la mattina in un corpo che non abbiamo scelto. Con una storia che ci inchioda a quasi tutto quello che faremo durante la giornata: un passato, delle responsabilità, a volte una condanna. È una prigione. C’è chi sente che l’hanno chiusa da fuori: una vita che non ha scelto. E chi sente che è chiusa da dentro, e che i carcerieri sono i suoi pensieri.
Ti faccio una domanda scomoda. Quei pensieri, chi li sceglie? Dici “la mia mente”. Ma è tua, o è semplicemente la mente? Un pensiero arriva, e non l’hai chiamato tu. Chi te l’ha sussurrato all’orecchio?
Fuori è lo stesso. Chi ha deciso di innamorarsi proprio di quella persona? Di trovare quel lavoro, di avere quegli amici? A essere sinceri, nessuno. La vita accade.
Una prigione fuori, una dentro. Ma chi è il carcerato?
Io. E io chi?
Se guardo bene, il carcerato è una specie di lampo. Una coscienza che si accende la mattina e si spegne la sera. È lei che vive la storia, ma non è la storia. Attraversa i pensieri, ma non è i pensieri. Abita il corpo, ma non è il corpo. C’è qualcosa, in te, che si accorge di tutto il resto. È questo il prigioniero.
E qui succede una cosa strana. È un prigioniero molto particolare: soffre. E soffre proprio perché è fatto per la libertà. Se fosse fatto per la cella, ci starebbe bene.
Prendi uno che ama i dolci, chiuso in un mondo dove ci sono solo patatine salate. Mangia, mangia, e non si sazia mai. Più mangia, più sta male. Non perché le patatine siano il male: a modo loro sono buone. Ma lui vuole un’altra cosa.
Una fetta di torta, un orgasmo, la consegna di un diploma. Vengono, e se ne vanno. La vita accade, e la sete di una felicità che duri resta lì, intatta.
Allora il carcerato fa la sua scoperta. La prigione è la sofferenza. E se soffre, è perché la sua natura è un’altra: è libertà. Poi ne fa una seconda, più scomoda: la porta della cella la tiene chiusa lui. Con la testardaggine di chi continua a mangiare salato sperando di trovarci il dolce. Il prigioniero scopre di essere anche il secondino.
E il secondino può diventare liberatore.
Ma attenzione, perché qui c’è un punto pericoloso. Scoprire di essere fatti per la libertà, in un mondo che non la dà, può lasciarti solo come un cane. Affamato di gioia, di pace, di senso, in mezzo a dei surrogati.
Per fortuna il viaggio non finisce lì. Perché, come dico sempre, la sete è l’acqua. Se esiste la sete, esiste l’acqua.
Continuare ad aver sete sembra una condanna. In realtà è solo quello che succede quando bevi alla fonte sbagliata. Come chi beve whisky per dissetarsi: più ne beve, più ha sete. Il mondo dentro di noi, fatto di pensieri, emozioni e ricordi, e il mondo fuori, fatto di cose e di sensazioni, non sono il male. Hanno la loro bellezza, eccome. Ma per questa sete sono whisky.
Il fatto stesso che dentro di noi ci sia una ricerca che niente al mondo riesce a quietare dice una cosa enorme, e quasi mai detta abbastanza: da qualche parte esiste un’acqua purissima, fatta proprio per questa sete.
Non è un discorso astratto. Ci sono notti in cui la sete brucia così tanto, e l’acqua sembra così lontana, che non resta spazio nemmeno per una scintilla di speranza. Qualche tempo fa tre persone che conoscevo si sono tolte la vita, ognuna per ragioni diverse. Non pretendo di capirle. Penso soltanto che la luce che cercavano ci fosse, anche quando nessuno, nemmeno loro, riusciva più a vederla.
Se la tua notte, adesso, è così, non attraversarla da solo. Parlane oggi con qualcuno di cui ti fidi. Qui trovi a chi telefonare, anche adesso. La notte dice che oltre non c’è niente. Mente.
E allora la domanda vera è un’altra. Se esiste un altrove, oltre il mondo dentro, il mondo fuori e quel lampo di coscienza che li guarda tutti e due, che cos’è?
Io ho cominciato a cercarlo. E la prima cosa che ho capito è che non si trova partendo. Si trova scendendo.
Evagrio Fünklein