La fede3 minuti di lettura
Il centurione
Un mio amico, una volta, mi ha detto: “La fede è come il coraggio. O ce l’hai o non ce l’hai.”
Frase a effetto. Ma non ci credo. Gesù parlava di poca fede e di fede grande, e se c’è una misura vuol dire che si può crescere. Qualcosa si può fare.
Per capire che cosa, torno sempre alla stessa scena. Cafarnao. Un centurione va da Gesù: ha un servo in casa, a letto, paralizzato, che soffre terribilmente. Gesù gli risponde che verrà a guarirlo. E lui lo ferma: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito.”
Queste parole ti suonano familiari. Le ripetiamo, appena cambiate, prima di ogni comunione. Lui le ha dette per primo, e le ha dette sul serio. Matteo racconta che Gesù se ne stupì: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande!”
Che cosa aveva di speciale quest’uomo?
Non aveva visto più miracoli degli altri. Se bastasse vedere, chiunque avesse visto Gesù all’opera gli avrebbe creduto. Non è andata così: perfino i discepoli hanno tentennato fino all’ultimo.
Io penso che fosse disperato. Un ufficiale straniero, pagano, abituato a dare ordini e a vederli eseguire, che va di persona a supplicare un predicatore ebreo. Poteva mandare i suoi uomini a prenderlo. Invece ci va lui, e si mette sotto. Si gioca tutto, la faccia prima di ogni altra cosa, e chiede tutto. In cambio offre l’unica cosa che ha: la sua resa.
C’è un’altra scena che le somiglia. Una donna che da dodici anni perde sangue. Ha speso tutto quello che aveva in medici, e sta peggio di prima. Non chiede niente a nessuno. Si infila nella folla, alle spalle di Gesù, e pensa: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata.” Lo tocca, e guarisce. E Gesù si volta: chi mi ha toccato?
Due disperati. Due persone che non avevano più niente da difendere, nemmeno l’orgoglio. Ed è lì che la disperazione si è girata ed è diventata fiducia.
“Allora la fede è roba da disperati”, dirà qualcuno.
In un certo senso, sì.
Ma intendiamoci su chi è disperato. Non chi sta male. È chi sente la sete, quella fame di pace e di senso che niente riesce a spegnere, e non crede ancora che l’acqua esista. Siamo noi, se siamo fortunati. Chi non si sente disperato forse non ha ancora guardato fino in fondo dentro di sé.
Ecco, credo, il problema della nostra fede tiepida. Non è che crediamo poco. È che rischiamo poco. Andiamo a messa come si va dal medico per il controllo annuale, non come quel centurione, con il servo che muore a casa e nient’altro da offrire.
Se dovessimo darci un voto da uno a dieci, dove dieci è la fede del centurione, quanto ci daremmo? Io, onestamente, sono ancora lontano.
Come ci si avvicina? Facendosi piccoli. Che non vuol dire disprezzarsi. Vuol dire ammettere che di noi stessi sappiamo pochissimo, che non controlliamo quasi niente di quello che siamo e di quello che ci succede. Togliersi le pretese, come il centurione si è tolto il grado.
E poi stare zitti. Elia, sul monte, aspetta Dio. Passa un vento che spacca le rocce, e Dio non è nel vento. Poi un terremoto, e non è nel terremoto. Poi un fuoco, e non è nel fuoco. Alla fine arriva una cosa che il testo ebraico chiama, alla lettera, una voce di silenzio sottile. Lì Dio c’è.
Noi viviamo dentro il vento, il terremoto e il fuoco. Notifiche, rumore, parole. Non serve scappare nel deserto. Si può cominciare da poco: il telefono spento per dieci minuti al giorno, un angolo di casa dove non c’è niente, l’abitudine di ascoltare prima di parlare. Forse quella voce ha sempre parlato. Eravamo noi a fare troppo rumore.
Il centurione non aveva garanzie. Aveva il suo grado, e l’ha messo da parte. Aveva una frase, e l’ha detta. È bastata.
La domanda, alla fine, non è se abbiamo fede. È se siamo disposti a sperare davvero. Non a pregare per abitudine: a sperare come chi non ha nient’altro.
Evagrio Fünklein