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Risonanze
Nel sud della Germania, in una grotta chiamata Hohle Fels, hanno trovato un flauto. È fatto con un osso d’ala di avvoltoio, ha cinque fori per le dita e più di trentacinquemila anni.
Mi chiedo chi l’abbia fatto. Uno che viveva al freddo, cacciava per mangiare, aveva paura di quello che si muoveva nel buio. Eppure ha passato ore, forse giorni, a scavare un osso per tirarne fuori delle note. Non gli serviva a niente. Non lo sfamava, non lo scaldava, non lo difendeva dalle bestie.
Come sia nata la musica non lo sa nessuno. Io me la immagino così, chissà dove: due canne di bambù che il vento fa battere tra loro, e qualcuno che si ferma ad ascoltare. Gli piace. Gli piace così tanto che prende le canne e prova a batterle lui, con le mani. Il resto è storia della musica.
Una cosa però è certa: la musica, in natura, da sola non c’è. Gli uccelli cantano, il vento fischia, ma la musica che si compone, si impara e si suona l’abbiamo fatta noi. Usa le leggi della natura, certo: il suono che viaggia nell’aria, i rapporti matematici tra le note. Ma serviva qualcuno che la portasse al mondo. È un’invenzione. Artificiale, direbbe qualcuno.
Eppure non si conosce un popolo che ne sia senza. Chi l’ha cercato non l’ha trovato. E chi la studia ne misura gli effetti sul corpo e sul cervello. Strano, per un’invenzione. Ancora più strano, per un incidente.
Adesso pensa all’ultima canzone che ti ha preso alla gola. Magari eri in macchina, da solo, e hai dovuto alzare il volume. O abbassarlo, perché non ce la facevi. Quella canzone non ti è servita a niente. Non ti ha pagato una bolletta. Eppure in quei tre minuti eri più vivo che nel resto della giornata.
Anche la spiritualità, secondo me, è nata così. Un giorno qualcuno ha guardato una valle, o un cielo pieno di stelle, e si è chiesto: chi ha fatto tutto questo? Ha intuito che ci fosse dell’altro, oltre quello che vedeva. Qualcuno al lavoro. E ha provato a parlarci.
Da lì, in migliaia di anni, l’uomo ha fatto con la spiritualità quello che ha fatto con la musica. L’ha studiata, codificata, raffinata, ci ha messo fatica e talento. Da due canne di bambù a Bach. Da una domanda davanti a una valle ai mistici.
So già l’obiezione: appunto, l’ha inventata l’uomo. Quindi è una favola.
No. Anche la musica l’ha inventata l’uomo, e nessuno la chiama una favola. Nessuno dice che Bach è un’illusione perché prima di lui non c’era. La musica non è un oggetto: esiste solo quando qualcuno la suona. Eppure ci ha cambiati. Ha tirato fuori da noi qualcosa che c’era già e che, senza di lei, sarebbe rimasto muto. L’umanità che conosciamo, senza musica, semplicemente non ci sarebbe.
Con la spiritualità è lo stesso. Dire che è un’invenzione non chiude la questione: la apre. La domanda vera non è chi l’ha inventata. È che cosa ha svegliato in noi.
Lo so, ora arriva l’altra obiezione: è solo consolazione, paura di essere un puntino perso nell’universo. Può darsi. Anche la musica consola. Non per questo è finta.
Chi prende sul serio una via spirituale fa con sé stesso quello che un musicista fa con il suo strumento. Lo accorda, lo studia, lo suona ogni giorno, anche quando non ne ha voglia, anche quando esce solo rumore. E a un certo punto ne viene fuori un suono che prima non c’era. Non diventa un’altra persona. Diventa la stessa, finalmente intonata.
Puoi pensare che l’uomo inciampi in una scoperta dopo l’altra, per caso, senza andare da nessuna parte. Oppure che, inciampando, stia scoprendo per che cosa è fatto. Non te lo posso dimostrare. Sono due racconti della stessa vita, e ognuno ti porta da un’altra parte.
Ripenso a quell’uomo nella grotta. Prima che forasse l’osso, quella musica non c’era. Eppure qualcosa dentro di lui doveva già risuonare, se si è messo a cercarla. Si è fidato di un’armonia che aveva solo intuito, e ha cominciato a scavare.
Per me la fede comincia così.
Evagrio Fünklein