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La fede3 minuti di lettura

Dio esiste? Domanda sbagliata.

C’è una cosa che chiunque sia onesto con se stesso conosce: il desiderio di una pace, di una libertà, di una gioia che non dipendano da niente. Non quella del weekend o della promozione. Quella definitiva. La cerchiamo dappertutto e non la troviamo mai per intero. Viene, se ne va.

Io parto da lì. Se c’è la sete, da qualche parte c’è l’acqua. E se nessuna delle cose che conosciamo, fuori o dentro di noi, riesce a spegnerla, allora quell’acqua sta da un’altra parte. Chiamiamola, per comodità, mondo spirituale. È un’ipotesi di lavoro, non un dogma.

C’è un dettaglio che mi ha sempre colpito. La nostra coscienza sembra conoscere la lingua di un paese in cui non è mai stata. Sa riconoscere la pace vera, la gioia piena, la libertà, anche se non le ha mai vissute fino in fondo. Come fa? Non è logico. A meno che, in qualche modo, da quel paese non venga.

Per esplorarlo ho fatto il giro lungo. Ho girovagato tra esoterismo, new age, perfino un po’ di complottismo: una spiritualità alla “n’do cojo cojo”, come dicono a Roma. Ne ho ricavato qualche bella esperienza, ma alla fine mi trovavo in mano un mucchio di frammenti, non una mappa.

Allora ho capito una cosa semplice: è più sensato partire da una conoscenza già consolidata che costruirsene una da zero. Milioni di persone prima di noi hanno studiato quel paese, l’hanno attraversato, ne hanno lasciato le mappe. Una tradizione ti limita un po’, certo. Ma ti orienta.

Le tradizioni che ho praticato sul serio sono due: il buddhismo tibetano, che trovo meraviglioso, e il cristianesimo cattolico, dove mi sono fermato e dove sto. Non dico che una sia migliore dell’altra. Dico che ho scelto quella che per me ha funzionato meglio. E avviso i viaggiatori: quando parlerò di questa sete e di quest’acqua, lo farò con le parole della tradizione cattolica. Siete avvisati.

Se il paese esiste, viene da chiedersi chi lo abita. Io non credo che i due mondi che conosciamo, quello fuori e quello dentro, siano retti da un tiro di dadi. E non credo che lo sia il terzo. Penso che ci sia un’intelligenza al lavoro. Il cristianesimo la chiama, ovviamente, Dio. Ed è qui che la strada si separa da quella del buddhismo, fin dal primo passo.

A questo punto qualcuno chiede: sì, ma Dio esiste oppure no?

Secondo me è la domanda sbagliata. O meglio: è una domanda che non si risolve discutendo. Conta il cammino che puoi fare provando ad avere fiducia che esista. È come in montagna: supponi che il sentiero porti al rifugio, e lo percorri. Lungo la strada arrivano i segni che ti dicono se sei sulla via giusta. Nessuno aspetta di vedere il rifugio prima di partire.

È una scelta di campo, lo ammetto. Vuoi pensare che l’universo, e tu con lui, siate frutto del caso, oppure no? Vuoi provare a guardare il mondo partendo dall’ipotesi che ci sia un’intelligenza alla sua origine? Io ho visto abbastanza indizi per prendere sul serio questa ipotesi. E sono partito.

Se questa intelligenza c’è, la sete cambia significato. Non è più un difetto di fabbrica. È un richiamo. Un filo che ti lega a qualcuno con cui condividi, in fondo, la stessa natura. Una relazione possibile.

Il rifugio dal fondovalle non si vede. Ma il sentiero c’è, e si comincia a camminare.

Evagrio Fünklein