Capitolo 0Il fondo è abitato
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Ho avuto quello che volevo. La ragazza, la famiglia, la casa, il lavoro. Cose vere, cose preziose.
Non sto dicendo che fossero vuote. Sto dicendo che non bastavano, e non capivo perché.
Che tu sia appagato o no, c’è una sensazione che rimane sul fondo. Una specie di vuoto che emerge magari di notte, magari senza una ragione precisa. La chiamiamo sete.
Come umanità non siamo mai stati fermi. Abbiamo sempre voluto sapere di più, avere di più, andare oltre quello che avevamo. La stessa inquietudine ci ha fatto salire sulle vette della bellezza e scavare fosse di una brutalità terrificante. Abbiamo costruito cattedrali e bombe atomiche. Abbiamo scritto la Divina Commedia e dichiarato guerre. Abbiamo allungato la vita e l’abbiamo tolta. Abbiamo mandato qualcuno sulla Luna e lasciato morire qualcun altro di fame a pochi metri da casa nostra.
In ogni cosa che costruiamo cerchiamo qualcosa. Cerchiamo di capire il mondo, e nel cercarlo lo cambiamo, e cambiamo noi stessi. Cerchiamo un senso nelle cose, e cose che ci diano un senso. Ma il senso non arriva mai del tutto.
Facciamo tutto questo non perché siamo cattivi. Perché abbiamo sete, e non sappiamo ancora bene di che cosa.
La risposta più comune alla sete è non sentirla. Non dissetarci: anestetizzarci. Con lo scroll, con il lavoro fatto bene, con l’ennesima puntata in autoplay. Lo faccio io, lo fai tu, lo fa il mondo intero. E non lo facciamo per stupidità. Lo facciamo per sopravvivere, perché fa meno male del silenzio in cui la sete ci parla.
A questo punto qualcuno penserà, e ha ragione di pensarlo, quello che prima o poi pensiamo tutti. Una volta era meglio. Bastava il paese, la parrocchia, la tavola della domenica con tredici persone che si urlano addosso e si vogliono bene lo stesso. Oggi siamo connessi con tutti, e soli con tutti.
È un pensiero onesto. Ed è quasi sempre un errore.
C’è un’illusione della mente che due psicologi hanno misurato con molta precisione. Daniel Gilbert, che a Harvard studia da una vita i trucchi che la mente ci gioca, e Adam Mastroianni sono andati a guardare i sondaggi fatti in sessanta paesi lungo settant’anni. La domanda, in sostanza, era sempre la stessa: la moralità delle persone sta peggiorando? E ovunque, anno dopo anno, da quando gliel’hanno chiesto, la maggioranza ha risposto di sì.
Il che non può essere vero. Se lo fosse anche solo per metà di quei settant’anni, oggi vivremmo in una fogna morale che nessun secondo della storia ha mai conosciuto.
C’è un dettaglio che mi fa ridere più degli altri. Quando hanno chiesto alle stesse persone di giudicare la gente che conoscono davvero, i vicini, i colleghi, la famiglia, il declino si riduceva quasi a niente. E quando hanno chiesto di giudicare le epoche prima della loro nascita, il declino si fermava lì, sul confine della memoria di ciascuno. Come se il mondo avesse cominciato a peggiorare il giorno preciso in cui ognuno di noi ha aperto gli occhi.
L’ho fatto anch’io, questo errore, sia chiaro. Per anni ho rimpianto un secolo che non ho vissuto, millenni che non ho abitato, convinto che fossero più semplici del mio. Ed è molto comodo, no? Nessuno di quei secoli è qui a smentirmi.
Quindi no, il mondo non sta andando peggio di quanto sia sempre andato. Ma qualcosa è cambiato davvero, solo che non è quello che pensiamo. Ed è qui che il pregiudizio ci frega due volte: prima dicendoci che si stava meglio, poi facendoci ignorare quello che è cambiato per davvero.
Fino a pochi secoli fa il confine tra te e il mondo non era netto. Il filosofo Charles Taylor lo chiama il sé poroso: un uomo aperto, permeabile, immerso in un cosmo pieno di segni e di presenze, dove il senso poteva arrivarti addosso senza che tu lo cercassi. Bastava nascere dentro un villaggio, una liturgia, un calendario di feste e di stagioni, e il senso ti veniva incontro da solo. Non dovevi inventarlo. Lo assorbivi, come una spugna assorbe l’acqua.
Poi qualcosa si è sigillato. Taylor lo chiama il sé schermato. Il confine è diventato un muro. Il senso non arriva più da fuori: va costruito da dentro, da solo, ogni mattina, con le tue forze.
Ecco perché fai più fatica a sentirti parte di qualcosa. Non perché sei più fragile di tuo nonno. Perché tuo nonno viveva in un mondo che il senso glielo consegnava di serie, prima ancora che lui lo cercasse. Tu no.
Ed ecco la tentazione. Una volta il senso arrivava gratis, dentro la comunità. La soluzione sembra ovvia: ricostruire la comunità. Il villaggio, la tavola dei tredici parenti. Spegnere i telefoni, tornare in parrocchia e sperare che il contenitore rifaccia da solo il contenuto.
Secondo me è una soluzione infantile, e non funziona. Lo dico da uno che ci è cascato in pieno, e per un bel po’.
Se il problema fosse solo la struttura della società, solo una questione di quanto sei circondato, allora nel mondo poroso, quello vecchio, con il villaggio, la liturgia e la tavola piena, la sete si sarebbe dovuta estinguere. E invece no.
Alla fine del IV secolo, a Ippona, Agostino scriveva del cuore inquieto. Viveva dentro una delle società più fitte di relazioni, di vicinato, di famiglia allargata che il mondo antico conoscesse. Non era un uomo isolato: era immerso fino al collo nella porosità. E scriveva lo stesso: «inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te».
Se la comunità bastasse, quella frase non sarebbe mai stata scritta.
Non so se Agostino sentisse esattamente la mia stessa sete, ma sospetto di sì. Perché la sete non è un disturbo recente, l’effetto collaterale di uno schermo. Attraversa la specie umana dall’inizio, indifferente a come si organizzava la società intorno, al secolo, alla lingua, al Dio che si pregava o non si pregava.
Oggi il sintomo ha un altro nome. Non lo chiamiamo più inquietudine dell’anima. In Italia, in vent’anni, il consumo di antidepressivi è più che raddoppiato, e circa sette persone su cento, nel giro di un anno, li usano. Questo non prova che la comunità curava e lo schermo ammala. Prova che la sete non ha mai avuto davvero a che fare con quanto sei circondato.
Il monaco del deserto e l’uomo davanti allo schermo hanno la stessa sete. Vestita in modo diverso, ma non diversa.
Allora la domanda giusta non è com’era organizzata la società quando la gente stava meglio. La domanda giusta è: in quali momenti precisi, dentro quale epoca, porosa o schermata che fosse, la sete si è davvero fermata?
Questa risposta non la trovi nei sociologi. La trovi nei santi.
I padri del deserto vivevano in uno dei mondi più porosi che la storia ricordi. Eppure scappavano dal villaggio lo stesso. Andavano da soli nella sabbia, lontano da ogni tavola, da ogni parrocchia, da ogni rete di relazioni, perché avevano capito una cosa che a noi sfugge sempre: la porosità sociale e l’incontro con Dio non sono la stessa cosa. Puoi avere tutte e due, puoi non averne nessuna. Non si implicano a vicenda.
Quello che i mistici hanno trovato, epoca dopo epoca, porosa o schermata che fosse, con il villaggio o senza, non era una struttura sociale. Era un movimento. Un modo preciso, non del tutto spiegabile ma riconoscibile da chi lo prova, di dirigere l’attenzione verso il fondo. Funziona indipendentemente da quanti vicini hai, da quante messe frequenti, da quanto la tua epoca ti aiuta o ti ostacola.
Il compito allora non è tornare a quando si stava meglio. Non è ricostruire il villaggio. È tradurre quel movimento nella lingua di oggi, schermata, distratta, sola, senza tradirlo.
Ecco perché non sono andato a cercare una comunità perduta. Sono andato a cercare quel movimento, e il modo di tradurlo. L’ho cercato prima nel posto più scomodo possibile: lontano da casa, in tradizioni che non erano la mia, per vent’anni. Prima di scoprire che quello che cercavo stava anche nel posto da cui ero partito.
Sono partito da lì. Come molti della mia generazione avevo la fede dell’infanzia, quella che non si sceglie ma si riceve. Funzionava, finché non ho cominciato a farmi delle domande. Non domande filosofiche: domande concrete. Domande a cui nessuno sapeva rispondermi senza farmi sentire in colpa o, peggio, senza darmi la sensazione che quella non fosse una risposta.
E a un certo punto la struttura ha ceduto. Non di colpo. Come cede un pavimento vecchio: un cigolio alla volta, finché una mattina metti il piede e sotto non c’è più niente.
Mi sono ritrovato fuori dalla Chiesa senza averlo davvero scelto. Avevo smesso di andare a messa, e le feste come il Natale, piano piano, erano diventate festività mondane.
La sete non aspetta. Quando una struttura cede, cerchi qualcosa a cui aggrapparti. Ho cercato lontano dalla Chiesa: nella paleoastronautica, nella New Age, poi in territori più strutturati e impegnativi. Gruppi iniziatici, percorsi esoterici, la massoneria.
Non lo dico per fare effetto. Lo dico perché erano tentativi seri, forse i più seri che avessi fatto fino a quel momento. Tentativi di trovare un sistema che prendesse sul serio le domande grandi, e in parte ci riuscivano. C’era rigore, c’era tradizione, c’erano persone intelligenti che cercavano le stesse cose.
Ma più andavi in profondità, più il sistema diventava autoreferenziale. Le domande portavano ad altre domande, interne al sistema. Mai oltre. Era come una cattedrale costruita benissimo, con volte altissime e vetrate magnifiche, ma senza un’uscita verso il cielo.
Alla fine ho trovato qualcosa di succulento anche in Occidente, benché venisse dall’Oriente. Rupert Spira, Tony Parsons: il non dualismo dell’advaita, portato in una lingua che capivo meglio. Una direzione orientale. Dissolvi il sé che ha sete, e la sete scompare.
Parsons parlava persino dell’Amato: la parola più vicina a una relazione che avessi incontrato in quelle tradizioni. Ma era un amato senza corpo, senza storia, senza tradizione. Pura coscienza. Era come amare l’infinito. Punti la torcia verso il cielo di notte, e la luce si perde. Non illumina nulla.
Non perché quelle tradizioni fossero false. Erano oneste, erano rigorose. Mi avevano portato fino alla soglia, ma sulla soglia si fermavano. E io sentivo, non capivo ancora perché ma lo sentivo, che il fondo non era vuoto. Che quel silenzio non era il punto d’arrivo: era una stanza. E le stanze hanno porte da attraversare.
Poi è arrivato il buddhismo tibetano. Non come esperimento: come casa. Ci ho passato cinque anni, con maestri veri, pratiche vere, una disciplina che non chiedeva di credere ma di verificare. Ha una mappa del territorio interiore più precisa di qualsiasi altra cosa avessi incontrato. Ho imparato che cosa vuol dire stare seduto con la propria mente senza fuggire. Ho toccato stati di coscienza che non sapevo nemmeno che esistessero. Cose vere, strumenti reali che porto ancora con me.
E poi, con la stessa limpidezza, con la stessa onestà, ho toccato il fondo. Non come metafora: come esperienza diretta. C’era un punto in cui la mente si quietava davvero, il rumore si abbassava fin quasi al silenzio. E lì, una volta, si è acceso qualcosa. Come un “è qui”. Una presenza, una pienezza che non sapevo nominare.
Ho cercato di tornarci, e ci tornavo. Ma quel fondo, per quanto reale, per quanto profondo, non evolveva più. Non chiariva, non si apriva verso niente. E a un certo punto la sete è tornata.
Un lunedì ero a casa dal lavoro e meditavo davanti al fuoco. E ho capito una cosa con una chiarezza che non ho mai dimenticato: non sarei mai andato oltre quel silenzio. Qualsiasi movimento dal puro testimone sarebbe stato un allontanarmi dal centro, un tornare alle illusioni.
Scacco matto.
La teoria, da sola, mica basta. Lo so da trent’anni di pratica meditativa: una cosa è capire, un’altra è attraversare. C’è stato un momento in cui il corpo ha capito prima della mente. È arrivato durante il Covid.
Mia moglie veniva da un matrimonio precedente, e per poter fare la comunione tutti e due dovevamo fare un percorso: quello di Amoris laetitia, odiatissimo e condannatissimo da quelli che non ci hanno capito un cavolo. L’abbiamo fatto con incontri online, perché durante i lockdown non si poteva fare altrimenti. Schermi, nel tempo strano della pandemia.
Non è stato quello che mi aspettavo. Non era il ritiro spirituale in montagna, non era il silenzio di un monastero. Era uno schermo, una connessione instabile, qualche coppia in situazioni simili alla nostra e un prete. Ma in quegli incontri ho sentito qualcosa che non riuscivo a controllare. Scoperta, sorpresa, profondità, impegno, verità, commozione.
Due parole sulla commozione, perché non parlo di quella che viene con le belle parole. Parlo della commozione del riconoscimento. Come quando torni in un posto che conoscevi e che pensavi di aver dimenticato, e lì qualcuno ti abbraccia e ti dice: «Ti stavo aspettando».
Tornare a fare la comunione non è stato un semplice gesto devozionale. È stato il mio all-in, per chi capisce di poker. Quello che cercavo da trent’anni. Non una pratica più raffinata, non una comprensione più profonda: cazzate. Una resa totale, e un incontro vero. Il corpo che finalmente smetteva di trattenersi.
E lì è cominciato il dialogo. Non ho trovato Dio. Ho smesso di scappare da lui, e lui era già lì.
Prima di andare avanti, però, bisogna per forza che parliamo di qualcuno di cui non abbiamo ancora parlato.
Io sono una persona seria. Io sono un padre presente. Io sono uno che ha lavorato sodo per quello che ha. Io sono una persona sensibile, più degli altri, probabilmente. Io sono uno che ha sofferto cose che gli altri non capirebbero. Io sono una persona che cerca, che si fa domande, che non si accontenta. Io sono uno che sì, ha sbagliato, ma sa perché ha sbagliato. Io sono complesso, non sono facile da capire. Io sono la mia storia.
Ti ci riconosci? Anch’io.
Il problema non è in quello che viene dopo “io sono”. Il problema è proprio quella prima parolina lì. Piccola, innocente, ovvia. Io.
Chi è, esattamente, questo io?
Non te lo chiedo in senso filosofico. Te lo chiedo in senso pratico, concreto, onesto. Perché se c’è una cosa che abbiamo stabilito fin qui è che vogliamo essere onesti. Sulla sete lo siamo stati, sulla strada lo siamo stati. Adesso proviamo a esserlo anche su questo.
Senti quella voce dentro, quella che commenta tutto quello che fai? Quella che si preoccupa di come appari, che confronta, protegge, giustifica? Quella che ha sempre una buona ragione per non scendere più a fondo? Ecco: quello è l’ego. Non è il nemico. È una costruzione utile per muoversi nel mondo, necessaria per funzionare. Ma non sei tu.
Come lo sappiamo? Con un principio solo: vale quello che puoi affermare con certezza assoluta per esperienza diretta. Non per quello che ti hanno detto, non per quello che pensi, non per quello che senti di essere. Quello che sai davvero.
Pensaci. Sei il tuo nome? Il nome te l’hanno dato altri, prima che potessi scegliere, prima che potessi dire sì o no. Il nome descrive qualcosa. Non è quello che descrive.
Sei il tuo corpo? Il corpo lo osservi. Senti il peso, senti il caldo, senti il respiro. Ma chi sta osservando? Se fossi il corpo, non potresti guardarlo da dentro.
Sei i tuoi pensieri? Prova adesso. Aspetta il prossimo pensiero, senza cercarlo. Vedrai che arriva da solo. Non l’hai costruito tu: è apparso. E chi è che lo stava aspettando?
Sei le tue emozioni? Le emozioni arrivano e passano, e spesso non sai nemmeno da dove vengano. La rabbia di ieri, oggi dov’è? Chi c’era quando c’era la rabbia? E chi è rimasto quando se n’è andata?
Sei la tua storia? La racconti diversa ogni volta. Cambia con gli anni, con l’umore, con chi hai davanti. Stessa vita, racconti molto diversi. E chi è che li racconta?
Allora, alla fine, chi rimane? Quello che ha osservato tutto questo mentre lo elencavamo. Quello che c’era prima del nome, prima del corpo, prima dei pensieri. Quello che ci sarà ancora quando tutto questo sarà di nuovo cambiato. Il testimone.
Non sono certo il primo a dirlo. E non lo dico per convincerti: lo dico per toglierti l’ultima scusa.
Il buddhismo ha più di duemila anni di pratica meditativa che convergono su questo punto: quello che credi di essere è una costruzione. Non è nichilismo, è liberazione. Chi medita da molto racconta quel momento come il più leggero della propria vita.
Jung, da tutt’altra direzione, chiama io soltanto la parte della psiche che si affaccia sul mondo. Il Sé è molto più grande. Il lavoro di una vita è imparare a non identificarsi solo con quell’affaccio.
La neuroscienza di oggi dice qualcosa di ancora più radicale. Il cervello costruisce attivamente il senso del sé: non lo registra, lo costruisce. L’identità è un racconto che il cervello genera di continuo. Non è una realtà fissa: è una storia che si racconta.
E poi la mistica cristiana. Eckhart, Giovanni della Croce, i padri del deserto dicono tutti la stessa cosa: svuotati. Non per annientarti. Per fare spazio a qualcosa che non puoi costruire tu.
Ma c’è una prova, la più semplice di tutte. Pensa ai momenti in cui sei stato più vivo. Innamorato perso. Davanti a un tramonto che ti ha fermato. In un momento di pericolo vero. In quei momenti l’ego sparisce, e non ci manca. Sei più presente, non meno. La dissoluzione dell’ego non è assenza: è pienezza.
Attenzione, però. Quello che rimane dopo la spoliazione è il testimone. E qui c’è l’errore più tipico, e il più sottile. Puoi prendere il testimone e farne un nuovo ego, più raffinato: io sono la coscienza pura, io sono il testimone. E sei di nuovo dentro il recinto. Solo che questa volta hai un’identità spirituale invece di una mondana.
La morte dell’ego, quella vera, è un’altra cosa. Non è capire che sei il testimone: è mollare anche quello. È il momento in cui non c’è più niente a cui aggrapparsi. Nessuna identità, nessuna storia, nessun ruolo. Nemmeno quel ruolo che ti piace tanto, il ricercatore spirituale.
Quel momento, se ci arrivi davvero, fa paura. Non te lo vendo come una liberazione immediata. È un vuoto vero, non una metafora. Ma in quel vuoto la sete rimane. Anzi, diventa più nitida che mai, perché non c’è più niente che la copra. E quella sete gigante, in uno spazio completamente vuoto, non può che volgersi verso qualcosa che non sei tu.
Non è una scelta intellettuale. È capire che è l’unica direzione rimasta. E quella direzione ha un nome.
In quello spazio ho dovuto fare una scelta. Non intellettuale: esistenziale. Quale mappa uso per orientarmi qui?
Il buddhismo tibetano mi aveva dato strumenti straordinari. Ma la sua risposta finale, la verità ultima, somigliava molto alla dissoluzione, al vuoto che avevo già trovato e che non si apriva verso niente. L’advaita mi aveva portato fino alla soglia, ma l’Amato di Parsons era senza corpo, senza storia, senza tradizione.
E allora sono tornato a qualcosa che credevo di conoscere già. O meglio: sono arrivato per la prima volta a qualcosa che avevo attraversato solo in superficie. La mistica cristiana. Non la religione delle abitudini domenicali, non il catechismo. Il cuore bruciante della mistica cristiana, sotto la superficie.
All’inizio, lo ammetto, non è stata una decisione consapevole. Ho cominciato a guardare qualche video cattolico, così, per vedere l’effetto che faceva. Quasi di nascosto, da me stesso più che dagli altri. Non avevo una tesi, non cercavo una conversione. Stavo solo guardando. E quella presenza che avevo toccato sul fondo, quella stanza con la porta, cominciava ad avere un nome. Non ancora chiaro, non ancora mio. Ma un nome.
È così che ho conosciuto Agostino. Non il vescovo, non il teologo: il quarantenne del cuore inquieto. Il nostro cuore, diceva. Non stressato, nemmeno annoiato: inquieto, finché non riposa in te. Quella frase non era teologia. Era la descrizione di un’esperienza che riconoscevo.
E poi Meister Eckhart, domenicano vissuto tra il Duecento e il Trecento, che scriveva cose che nessun catechismo avrebbe mai potuto contenere. Il fondo dell’anima, il Seelengrund: lo stesso fondo che avevo toccato nella meditazione e che avevo cercato nell’advaita. Ma con una differenza che cambiava tutto. Nel fondo di Eckhart non c’era il vuoto. C’era qualcuno.
Non un principio, non un assoluto impersonale: qualcuno. Una presenza, un’intelligenza che non solo esiste, ma ti conosce, ti vuole, ti aspetta.
Non è una tesi che posso dimostrare. È quello che ho trovato quando sono sceso abbastanza in fondo da smettere di cercare con le mie sole forze.
Adesso viene la parte tosta. Quella che non ho mai scritto e non ho mai detto. Proviamoci.
Nel vuoto, sul fondo dell’anima, c’era qualcosa.
Quando la meditazione è portata davvero fino in fondo, non c’è più il corpo, non ci sono più i pensieri, non ci sono più le emozioni. Tecnicamente si è nel testimone: nella percezione senza qualità, una presenza pura che non ha nome, non ha peso, non ha storia. Ebbene: quello è il punto di partenza, non il punto d’arrivo. Da lì comincia qualcosa che non sapevo ancora nominare.
In quel silenzio, in quello spazio senza qualità, si può sentire ancora la sete. Non come dolore: come orientamento. E quell’orientamento ha una qualità precisa. Non va verso qualcosa di astratto. Va verso l’essere amati.
Il primo movimento naturale dell’anima, quando smette finalmente di fuggire da se stessa, è volgersi verso l’essere amati. E non l’ho costruito io. Quell’orientamento c’era già quando l’ho trovato. Come si trova qualcosa che c’era prima che cominciassi a cercare? È una specie di ricordo. Non di qualcosa che è successo: di qualcosa che è.
E allora qualcosa si trasforma. L’essere amati, quel primo orientamento, comincia a muoversi, a mostrarsi come uno specchio: più tu ti avvicini all’immagine, più l’immagine si avvicina a te. Non sei tu a generare l’altro movimento. Il movimento dell’altro verso di te accade.
E quando arrivi a toccare lo specchio, cioè quando sei esattamente sul fondo dell’anima, cessa l’atto stesso di cercare. A quel punto è la mente che ama l’amore. Non è un luogo: è un non luogo. E nel non luogo sei l’amore stesso. Anzi, sei l’atto stesso di amare. L’essere amati, l’amore stesso, l’essere amati dall’amore stesso. L’amare che si esprime in te senza essere te. Un dono, una carezza, un viaggio che prosegue.
Dopo aver amato l’infinito, dopo aver amato la luce, dopo aver amato l’amore in senso assoluto, si è ricambiati.
Non è più come puntare una torcia verso il cielo di notte. La luce esiste oltre te, e ti scalda da dentro. E quel calore non lo produci tu: sei solo lo strumento che lo fa vibrare.
Non sei davanti a un principio, non sei davanti a un assoluto impersonale. C’è una persona. Un altro oltre a te, in te. Un amico. Il primo amico, quello che c’era prima ancora che tu nascessi. Tuo fratello Gesù.
Non lo dico come formula devozionale. Lo dico perché è la differenza esatta tra la luce dispersa nel cielo e la luce che trova un volto. Gesù è una messa a fuoco: qualcuno che ha un corpo, una storia, una tradizione, e che è il creatore stesso dell’universo. Il suo gesto di compassione più profondo.
Quella messa a fuoco cambia tutto. Non perché l’infinito, l’assoluto, il principio creatore sia sbagliato come oggetto d’amore. Ma perché l’amore senza un tu preciso non è ancora amore. È solo orientamento.
Il testimone, quella presenza senza qualità che ho imparato a conoscere nella meditazione, è importantissimo, perché può leggere qualcosa sul fondo dell’anima. Non costruisce, non inventa, non proietta: legge. Come si legge qualcosa che è scritto da prima del tuo primo, tremolante vagito.
E quello che legge è amore. Non il mio amore: un amore che mi attraversa, lo spirito d’amore che usa me come canale. Non ne sono la fonte. Sono solo il letto del fiume. Per i cristiani questo ha un nome: lo Spirito Santo, la terza persona della Trinità, che ama in noi quando ci rivolgiamo a lui. Non è un concetto teologico. È un’esperienza diretta.
Leggendo quell’amore, il testimone lo diventa. Come la coscienza diventa ogni cosa di cui è cosciente. Non ci sono più due cose. L’occhio che guarda e la luce che guarda sono la stessa cosa. Eckhart lo dice così: l’occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio vede me.
Capiamoci: sul cristianesimo ci sono montagne di cose da dire. Che dico montagne: catene montuose. Se mi sono concentrato su quest’unica particella, la possibilità di sentire l’essere amati, è perché se uno riesce a sentire quella piccola parte lì, tutto il resto diventa un po’ più semplice da capire e da portare a casa. Tutto qui.
Dal fondo si torna sempre. Ma non si torna mai uguali.
Certo, si riaffrontano le cose di prima. Il lavoro, la famiglia, il traffico del mattino, il telefono che squilla, la lista delle cose da fare. Sembra che non sia cambiato niente. Ma se sei fortunato, e abbastanza attento, ti accorgi che è cambiato tutto.
Non nel senso che le cose sono diventate più facili. Di certo non nel senso che i problemi sono spariti, o che hai trovato una pace permanente che ti protegge da tutto. Nel senso che quelle cose, il lavoro, la famiglia, il traffico, adesso le attraversi sapendo che sotto c’è qualcos’altro. Che il fondo esiste, che il fondo è abitato, e che puoi tornarci quando vuoi.
La sete non è sparita. Ma ogni volta che si riaffaccia ha il suo controcanto: nel fondo, dove trovi l’acqua, appare la sete. Sorridi, e vai a bere. La sete si è trasformata. Non è più una mancanza che fa male: è attesa d’amore. Verso tutto, verso ogni cosa, verso ogni persona che incontri. A partire da te stesso, che è sempre la parte più difficile.
Non lo sento sempre, ovviamente, e non ogni giorno con la stessa intensità. A volte è nitido, quasi fisico, come una luce che illumina quello che hai davanti. A volte è un ricordo lontano: sai che c’è, ma non lo senti. Ma anche quando non lo senti, se fai attenzione, lo sai.
E sapere cambia il modo in cui stai dentro un giorno qualunque. Cambia come guardi una persona che ti irrita. Cambia come stai in una riunione che non ha senso. Cambia come abiti il silenzio della sera, quando i figli dormono e la casa è finalmente quieta.
Non è uno sguardo che si acquista una volta per tutte. Va rinnovato ogni giorno. Ogni mattina, prima che il mondo prenda il sopravvento, e ogni sera, prima che il rumore copra tutto di nuovo.
Poi, certo, a volte il vecchio uomo torna. Senza avvisare e senza chiedere il permesso. La paura vecchia, la reazione automatica, il giudizio che scatta prima che tu possa fermarlo, la chiusura. L’ego che pensavi di esserti lasciato alle spalle, e che invece era solo lì, in attesa di farsi vedere.
All’inizio pensavo che fossero fallimenti. Che se fossi stato davvero trasformato, il vecchio uomo non si sarebbe più ripresentato. Sbagliavo. Il vecchio uomo torna proprio perché sei umano. Perché la trasformazione non è un evento: è un processo. Perché la risurrezione non è uno stato che si conquista una volta e si conserva per sempre. È una scelta che si rifà, che si rinnova.
Ogni volta che il vecchio uomo torna, e tornerà, non è la fine del viaggio. È il deserto. Il luogo in cui Dio parla al cuore, dove Israele ha imparato chi era, dove Gesù ha vinto le tentazioni. Non va fuggito: va attraversato. Sapendo che dall’altra parte c’è ancora quella luce, che il fondo è ancora lì, e che il dialogo può ricominciare in qualsiasi momento.
Non sono diventato un missionario. Non ho trovato la verità da distribuire agli altri. Sono diventato un testimone, però. E tra le due cose c’è una differenza. Il missionario dice: vieni da me. Il testimone dice: guarda là.
Quindi non ti sto chiedendo di credere a quello che credo io. Ti sto chiedendo di guardare dentro la tua vita e trovare quei momenti. Perché ci sono, ne sono certo. Momenti in cui il confine si è assottigliato, in cui eri presente in un modo diverso, in cui qualcosa che non sapevi nominare ti ha sfiorato.
Quei momenti non sono coincidenze, e non sono soltanto neurologia. Sono il fondo, o i dintorni del fondo.
Sono la cattedrale che porti dentro. Quella che non chiude mai, che non ha bisogno di un indirizzo, che è sempre lì, pronta ad accoglierti.
Evagrio Fünklein